
Punti chiave
- Il Brent è salito di 99 centesimi (+0,94%) a 106,06 dollari al barile alle 04:10 GMT, mentre il WTI ha guadagnato 71 centesimi (+0,73%) a 96,56.
- Nella settimana il Brent è balzato del 17,13% e il WTI del 15,13%: è il secondo rialzo settimanale più forte dall’inizio della guerra.
- CL-OIL scambia intorno a 96,404, in calo di 0,533 (-0,55%); la media mobile a 20 giorni (97,241) è la prima barriera chiave.
Il petrolio è passato dalla “operazione guidata dalla paura” a una vera scommessa sul rischio di carenza di offerta, cioè sulla possibilità che arrivi meno prodotto sul mercato. I future (contratti che fissano oggi un prezzo per consegna futura) sul Brent sono saliti di 99 centesimi (+0,94%) a 106,06 dollari al barile alle 04:10 GMT, mentre i future sul West Texas Intermediate (WTI, il greggio di riferimento USA) sono aumentati di 71 centesimi (+0,73%) a 96,56. Reuters ha poi indicato Brent vicino a 106,30 e WTI vicino a 96,92, mentre i trader continuavano a prezzare nuove tensioni nello Stretto di Hormuz.
Il movimento settimanale mostra quanto rapidamente il mercato abbia ricalcolato il rischio. Il Brent è salito del 17,13% nella settimana e il WTI del 15,13%: il secondo rialzo settimanale più forte dall’inizio della guerra. Giovedì entrambi i contratti di riferimento (benchmark, cioè “prezzi guida” del mercato) hanno chiuso con un rialzo di oltre il 3%. Poi sono balzati di 5 dollari al barile dopo notizie secondo cui le difese aeree avrebbero ingaggiato bersagli su Teheran e che si sarebbe ampliato lo scontro di potere tra “falchi” e moderati in Iran.
Il punto centrale è lo Stretto di Hormuz, passaggio marittimo strategico tra Golfo Persico e Oceano Indiano. La chiusura dopo l’inizio della guerra Usa-Israele contro l’Iran ha tagliato circa il 20% dell’offerta mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto (LNG, gas raffreddato e trasformato in liquido per trasporto via nave). Giovedì l’Iran ha diffuso un video di commandos su un motoscafo che abbordano una grande nave cargo dopo il fallimento dei colloqui di pace, segnalando il controllo su una rotta da cui di norma transita circa il 20% di petrolio e gas globali.
Il rischio Hormuz colpisce anche oltre il greggio
Il mercato non sta prezzando solo i barili. Sta prezzando ritardi nei trasporti marittimi, assicurazioni di guerra (coperture più care per navigare in aree a rischio), rischi per le raffinerie, tensioni sull’LNG e la possibilità che il caro carburanti torni a spingere i prezzi al consumo. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha indicato che nel 2025 sono transitati nello Stretto poco più di 112 bcm di LNG (bcm = miliardi di metri cubi), quasi il 20% del commercio globale di LNG. Quasi il 90% di questi volumi è andato in Asia e poco più del 10% in Europa.
Questo rende l’Asia più esposta a una chiusura prolungata. Reuters riporta che le importazioni asiatiche di LNG di aprile dovrebbero scendere a 19,03 milioni di tonnellate metriche, con il contributo del Qatar in calo da una media oltre 6 milioni di tonnellate pre-guerra a 800.000 tonnellate. Le importazioni cinesi di LNG ad aprile sono attese a 3,36 milioni di tonnellate, minimo dal 2018, mentre i prezzi spot dell’LNG (spot = consegna quasi immediata) sono saliti a 25,30 dollari per mmBtu (mmBtu = milione di British thermal unit, unità di misura dell’energia) a marzo, per poi scendere a 16,05.
Per i mercati, questo può innescare una catena. Un greggio più caro può alzare l’inflazione “headline” (il dato complessivo, non depurato dalle voci più volatili), ridurre le scommesse su tagli dei tassi, sostenere il dollaro e mettere sotto pressione i settori azionari legati a trasporti, compagnie aeree, manifattura e consumi. I produttori di energia possono beneficiare dei prezzi più alti, ma il mercato azionario nel complesso può soffrire se la forza del petrolio viene vista come una “tassa” sull’inflazione e non come un segnale di crescita.
La diplomazia può dare sollievo, ma non certezze
La narrativa sul cessate il fuoco è più incerta, con segnali contrastanti tra diplomazia e posizionamento militare. Ci sono indicazioni di progressi, ma il tono resta prudente e senza una tempistica chiara per una soluzione più ampia.
Gli ultimi sviluppi indicano sforzi per estendere la de-escalation (riduzione delle tensioni) in alcune aree della regione, che potrebbero stabilizzare il sentiment (l’umore del mercato) nel breve. Tuttavia le tensioni di fondo non si sono azzerate e gli attori chiave continuano a far capire che una nuova escalation resta possibile se le condizioni cambiano.
Questo lascia i mercati in una situazione nota. I titoli sulla diplomazia possono raffreddare il panico e spingere a prese di profitto, ma non bastano ancora a eliminare il rischio di offerta incorporato nei prezzi.
Analisi tecnica
CL-OIL scambia intorno a 96,40, dopo una fase di stabilizzazione seguita a un ritracciamento (discesa dopo un rialzo) dalla zona di resistenza 105–106 (resistenza = area di prezzo dove spesso le vendite aumentano). La struttura di fondo resta alta dopo il forte rally (rialzo rapido) dai valori intorno a 85, ma la spinta di breve si è raffreddata.
Dal punto di vista tecnico, l’impostazione è neutrale con lieve inclinazione rialzista. Il prezzo resta sopra le medie mobili a 5 giorni (92,43) e a 10 giorni (91,37) (media mobile = media dei prezzi recenti, usata per capire trend e livelli di supporto), che stanno appiattendosi e funzionano da supporto di breve. La media a 20 giorni (97,24) invece ora fa da resistenza sopra il prezzo: segnala che la spinta al rialzo è diminuita e il mercato sta consolidando (fase laterale).

Livelli chiave da monitorare:
- Supporto: 95,00 → 91,50 → 87,00
- Resistenza: 97,50 → 100,00 → 105,90
Il mercato sta testando l’area di resistenza a 97,50, in linea con la media a 20 giorni e con i massimi della recente fase laterale. Un superamento potrebbe innescare un movimento verso 100,00, livello “psicologico” (numero tondo che spesso attira ordini). Ulteriore spazio al rialzo se i compratori riprendono il controllo.
Al ribasso, 95,00 è il supporto immediato. Una rottura sotto questo livello potrebbe esporre 91,50, dove potrebbe tornare più domanda, vista la precedente base di prezzi.
In sintesi, il petrolio sta entrando in una fase di consolidamento dopo un rialzo molto volatile, con il prezzo compresso tra supporti e resistenze. Il focus di breve è capire se i compratori riconquistano 97,50 oppure se il mercato torna a scendere e ritesta la fascia di supporto più bassa.
Implicazioni di mercato per la prossima seduta
Petrolio sopra 100 dollari manterrebbe il rischio inflazione al centro. Potrebbe sostenere la domanda “difensiva” di dollari, pesare sui titoli azionari sensibili ai tassi e spingere i trader a rivedere i rendimenti obbligazionari (bond yield = rendimento) se i carburanti tornano a influenzare le aspettative di inflazione.
Un ritorno sotto 92,433 e 91,372 ridurrebbe la pressione. Indicherebbe che il mercato sta riducendo il “premio guerra” (sovrapprezzo legato al conflitto) e vuole prove di una perdita reale di offerta prima di spingere di nuovo i prezzi più in alto. In questo scenario, le azioni potrebbero respirare, mentre i titoli energetici potrebbero perdere slancio nel breve.
Per ora, lo scenario prudente resta quello di un range volatile tra i 90 dollari bassi/medi e la zona di resistenza a 105,927. Una chiusura giornaliera sopra 97,241 mantiene vivo il recupero. Una rottura sotto 95,987 avverte che le prese di profitto stanno prevalendo sulla spinta legata a Hormuz.
Domande dei trader
Perché i prezzi del petrolio stanno salendo?
I prezzi salgono perché i trader stanno incorporando nuovo rischio militare in Medio Oriente. L’Iran ha diffuso immagini di commandos che abbordano una nave cargo nello Stretto di Hormuz e, secondo alcune notizie, le difese aeree di Teheran avrebbero ingaggiato “bersagli ostili”.
Il Brent è salito di 99 centesimi (+0,94%) a 106,06 dollari al barile alle 04:10 GMT. Il WTI è aumentato di 71 centesimi (+0,73%) a 96,56.
Perché lo Stretto di Hormuz è importante per il petrolio?
È importante perché da lì transita normalmente circa il 20% del petrolio mondiale e del gas naturale liquefatto (LNG). Qualsiasi chiusura o interruzione può ridurre rapidamente l’offerta disponibile, aumentare il rischio per le spedizioni e aggiungere ai prezzi un premio per il rischio di carenza di offerta.
La chiusura dopo l’inizio della guerra Usa-Israele contro l’Iran ha tagliato circa il 20% dell’offerta mondiale di petrolio e LNG, rendendo i mercati energetici molto sensibili alle notizie.
Di quanto sono saliti i prezzi del petrolio questa settimana?
Il Brent è salito del 17,13% e il WTI del 15,13%. È il secondo rialzo settimanale più forte dall’inizio della guerra.
Giovedì entrambi i contratti di riferimento hanno chiuso con un rialzo di oltre il 3% e sono balzati di 5 dollari al barile dopo notizie su ingaggi delle difese aeree sopra Teheran e sull’aumento delle tensioni nella leadership politica iraniana.
I prezzi del petrolio potrebbero salire ancora?
Potrebbero salire se i colloqui tra Usa e Iran non portano risultati entro fine aprile e il conflitto riprende. Haitong Futures ha avvertito che il petrolio potrebbe segnare nuovi massimi annuali se il cessate il fuoco diventa una fase preparatoria alla guerra.
In ottica tecnica, CL-OIL deve restare sopra la fascia dei 90 dollari bassi/medi e superare la media mobile a 20 giorni a 97,241 (media mobile = media dei prezzi recenti). Un rialzo più deciso sopra 105,927 potrebbe riaprire la strada verso il precedente picco vicino a 119,427.
Quali livelli di prezzo dovrebbero seguire i trader?
Il primo livello da seguire è 97,241, che corrisponde alla media mobile a 20 giorni sul grafico giornaliero di CL-OIL. Una chiusura sopra questo livello mostrerebbe più pressione d’acquisto nel breve.
Il supporto è vicino a 95,987, poi la media mobile a 5 giorni a 92,433 e quella a 10 giorni a 91,372. Una discesa sotto questi livelli potrebbe indebolire il rimbalzo ed esporre 87,147.